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  • Cambiare ciò che un cane crede (storia di Black)

    19 maggio 2016
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    La storia di Black

    Quando ho visto Black per la prima volta ricordo di aver pensato di non aver mai visto un cane tirare al guinzaglio il proprietario in quel modo. Black è un American Staffordshire Terrier maschio intero, decisamente grosso. Durante il nostro primo incontro osservavo perplesso il cane tirarsi appresso il proprietario da un lato all’altro della strada. 

    Era un cane totalmente disconnesso. Non lucido.

    Per lui esistevano solo le pulsioni (o le paure), forti e irresistibili di quel mondo esterno, fatte di gatti da inseguire, di cani con cui confrontarsi, di cancelli in cui curiosare, di cinte da sorvegliare, di persone da raggiungere. Paure e pulsioni verso cui doveva andare per confrontarsi. Non era un cane aggressivo, ma era totalmente fuori controllo. Non riusciva ad usare la testa nemmeno per un secondo. Quando era fuori in passeggiata era talmente sopraffatto dalle emozioni da non mangiare nemmeno i pezzettini di wurstel (di cui era ghiotto) che gli venivano offerti. Non li vedeva. Vedeva solo un mondo di cui lui non aveva il libretto di istruzioni, schiavo e prigioniero delle spinte emotive che lo mandavano di qua e di là come una bandiera, trascinandosi appresso il proprietario, con tutta la forza di 30 e passa chilogrammi di muscoli.

    Non c’era verso di impostare un lavoro di gestione del guinzaglio con il cane in quello stato.

    In casa la situazione era appena poco migliore. Black mangiava i wurstel, ma era in continua richiesta e faticava a non montare le persone presenti.

    Ehy, tu…sì dico a te con clicker in mano…stai per morire!

    D’accordo con i proprietari iniziammo un percorso di apprendimento, per fornire al cane gli strumenti per essere più lucido. Cominciammo gli esercizi in casa. Black era svogliato, faticava a concentrarsi. L’esercizio lo stava portando al limite e, ad un certo punto, indurì lo sguardo, buttò le orecchie indietro e mi fissò rigido. Mi stava minacciando. Mi accorsi con un brivido che ai suoi occhi io ero il tizio antipatico con wurstel in mano e che, per di più, ero quello che con quel “click” determinava non solo e non tanto se avrebbe avuto o no il cibo, ma anche se lui avesse o meno fatto la cosa giusta. Chiesi ai proprietari di mettergli una pettorina come misura di sicurezza e, non appena Black l’ebbe indossata, avvenne un fatto curioso: andò di corsa alla porta di uscita, piangendo per uscire. Non piangeva solo per uscire. Piangeva perché in quel momento si erano riaccese in lui tutte le pulsioni che erano collegate al mondo esterno. E’ stato in quel momento che mi è venuta per la prima volte in mente l’idea di Credenze Dei Cani. 

    I cani hanno credenze

    Dal punto di vista cinofilo, quello che stava accadendo davanti ai miei occhi, per la verità, non era nulla di originale o di mai visto ed era spiegabilissimo in termini noti alla cinofilia classica: rinforzo, condizionamento, stato emotivo del cane, e chi più ne ha più ne metta. Ma in quel momento, per la prima volta, non trovavo altre parole più comprensibili, per spiegare ai proprietari quello che vedevo, che “Black crede che…”. Il modello delle credenze, che avevo studiato in passato in altri corsi di formazione personale, era il modo più diretto, semplice ed efficace per aiutare i proprietari a capire cosa stava succedendo e cosa fare.

    Le credenze sono sensazioni di certezza su qualcosa, su qualcuno o su se stessi. Ho spiegato in dettaglio nell’articolo “Le Credenze dei Cani” in che modo anche i cani abbiano delle credenze e come queste influenzino il loro comportamento. Le credenze nei cani sono generate da esperienze pregresse relative ad una determinata cosa/persona e dai feedback sociali che il cane riceve. L’insieme delle credenze di un soggetto (e di un cane in particolare) determina la sua mappa del mondo. Ciò che il cane crede non è necessariamente vero in senso assoluto, ma è vero per il cane. Dal suo punto di vista la mappa del mondo E’ il mondo. Black aveva diverse credenze che influenzavano il suo comportamento:

    1. credeva che avere la pettorina indosso significasse automaticamente uscire
    2. credeva che uscire significasse dover affrontare il mondo
    3. credeva che il mondo fosse un posto pieno di difficoltà
    4. credeva che l’unico modo per affrontare le difficoltà fosse lanciarsi ciecamente contro di esse

    La situazione era tale che Black, una volta indossata la pettorina e varcato l’uscio di casa, diventava completamente cieco e sordo alla presenza dei proprietari. Ovviamente l’idea di giocare insieme, cane e proprietario, era inconcepibile.

    Ma le credenze possono essere cambiate

    Cambiare ciò che un cane crede

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    Il primo passo per cambiare la credenza di un cane è metterla in dubbio. Ho cioè ragionato in questi termini: sulla credenza n. 1: Black aveva avuto per anni costante riscontro che indossare la pettorina significasse uscire. Come prima cosa ho suggerito ai proprietari di far indossare a Black la pettorina per mezz’ora al giorno, in orari variabili, senza che questo significasse automaticamente uscire. Poteva girare per casa con la pettorina. Avevamo instillato il dubbio nella sua testa di Amstaff: “forse non è proprio così vero che quando metto la pettorina si esce”. 

    Ho poi continuato il lavoro di apprendimento (facendo indossare al cane la pettorina) nelle settimane successive. Ulteriore dubbio instillato nella mente del cane: “forse non è sempre così vero che quando indosso la pettorina affronterò cose che non riesco a risolvere“. Iniziava a risolverle, eccome.

    Una volta raggiunto un buon grado di lucidità e di sicurezza all’interno delle mura domestiche, siamo passati al lavoro in giardino.

    Fu come ricominciare da capo.

    La credenza n. 4 di Black (credere che l’unico modo per affrontare le difficoltà sia lanciarsi ciecamente contro di esse) gli impediva completamente di ragionare. Quell’esercizio in apprendimento che in casa gli era ormai così facile, in giardino era del tutto impossibile. La sua attenzione correva continuamente dalla cinta ai rumori della strada. Spesso non mangiava nemmeno i wurstel offerti come rinforzo agli esercizi.

    Non potevo e non volevo cambiare le credenze n. 2 e n. 3 di Black: uscire significa affrontare il mondo. Non volevo mentirgli. Era vero, fuori c’è un mondo e quel mondo può avere delle difficoltà. Ma volevo assolutamente smontare la sua credenza n. 4. 

    Continuammo con pazienza il lavoro in apprendimento in giardino nelle settimane che seguirono.

    Settimana dopo settimana (anche per la splendida collaborazione dei proprietari), in Black nasceva il dubbio. “Beh, forse qui fuori non serve che mi guardi continuamente le spalle”. Ma soprattutto il lavoro fatto stava creando in lui nuove credenze potenzianti, che erano in aperto contrasto con quelle vecchie. 

    1. quando sono all’aperto succedono cose belle;
    2. quando sono all’aperto e ascolto le persone succedono cose bellissime;
    3. ignorare cinte, rumori etc. e concentrarmi su quello che mi dicono gli umani mi rassicura;

    E, per di più, mentre quelle vecchie non stavano avendo più conferme (anzi, erano state poste in dubbio), quelle nuove venivano continuamente comprovate e confermate.

    Piano piano vennero aggiunti semplici esercizi di Obedience che Black riusciva ora a svolgere all’aperto senza perdere lucidità. Poi, gradualmente, venne il giorno in cui Black cominciò a credere che giocare al tira e molla con il proprietario in giardino fosse davvero una cosa fighissima. Certo…tutto questo avveniva in giardino. Fuori dal cancello c’era ancora la “giungla”, ma quanta strada ha fatto questo cane cambiando le sue credenze?

    Un passo verso l’ignoto

    Gradualmente spostammo gli esercizi verso l’ingresso di casa. Infine fu chiesto a Black di eseguire l’esercizio proposto vicino al cancello aperto che dava sulla strada. Tenni il fiato sospeso. Black era, ovviamente, al guinzaglio, ma poteva scegliere se varcare il cancello e tirare come un matto verso l’esterno (come aveva sempre fatto all’apertura del cancello)…o ragionare e proseguire l’esercizio. Inizialmente si tese come una corda, tutto il corpo proteso verso quel varco su quel mondo complicato e travolgente che stava oltre il cancello. Passarono alcuni interminabili secondi…poi Black si rilassò. Guardò il proprietario, poi andò a svolgere l’esercizio e venne scodinzolando a chiedere la sua ricompensa. Una volta. Due volte. Tre volte.

    Io credo di poter aspettare a correre dietro a quel rumore

    Io credo di potercela fare”.

    L’ultima volta che ho visto Black, giocava felice con la sua nuova pallina e il proprietario in un giardino poco distante da casa sua. Era felice, rilassato, non era preoccupato dal mondo, gli premeva solo rincorrere la pallina e sdraiarsi sorridente all’ombra, pancia all’aria.

    C’è ancora del lavoro da fare e che faremo con lui. Resta ancora da smontare l’ultima credenza sulla strada, sulla passeggiata col proprietario in strada.

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    Si può aiutare Black a credere che passeggiare insieme al proprietario (anziché trascinarselo dietro) sia una cosa rassicurante e bellissima. Black può farcela e si può aiutare Black a credere che può farcela.

    Si può cambiare ciò che un cane crede.

    Namasté

    Marco Benini

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